Aldo Brienza

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M. Concetta Bomba ocds – 12 giugno 2009Solo per oggi

Profilo biografico di fra Immacolato che accompagna il lavoro di sistemazione delle “Lettere” curato dal prof. Giuseppe Biscotti e da p. Raffaele Amendolagine.

La casa è il luogo del rifugio, lo spazio che ci accoglie quando siamo ancora bisognosi di essere sostenuti, nutriti, amati. La casa è quel recinto di protezione dentro il quale veniamo alimentati per la vita: un’espansione di rapporti che si dipana dalle braccia familiari fino a creare la trama del nostro intimo bisogno di relazione.

La casa è quel punto di partenza dal quale si esce per divenire “cammino pellegrinante”, ricerca incessante di senso negli avvenimenti ricercati o imposti, nei volti amati o allontanati, nelle scelte effettuate o solo sognate. Realmente dalla propria casa ci si allontana per rintracciare quella Voce che spinge oltre le proprie certezze e che conduce, in ultima istanza, là dove non pensavamo di andare.

E si ritorna, sempre, nella propria casa, in quel centro di irraggiamento che apre e, poi, ricapitola in un gesto di unione con Chi finalmente si lascia incontrare.

La casa è stata per Aldo Brienza la sua dimora, il suo convento, la sua cella, il suo parlatorio, il suo confessionale, la sua mensa.

Nasce a Campobasso il 15 agosto del 1922. Vive con i genitori, sorelle e fratelli in un palazzo situato vicino alla stazione ferroviaria.

Fa in tempo a frequentare, ancora adolescente, solo il primo anno all’Istituto tecnico superiore.

Il 27 giugno 1938, durante una gita con la sua famiglia, improvvisamente, è colto da dolori fortissimi ad un piede, forse in seguito ad una puntura di insetto. Ha inizio, così, il suo lungo pellegrinare “immobile” nel suo letto che durerà 51 anni.

Gli viene diagnosticata una “osteomielite deformante alle gambe”, un male aggressivo che in poco tempo è in grado di estendere l’infezione ad entrambi gli arti, al bacino e alla colonna vertebrale. Oltre alle deformazioni ossee alle quali deve “abituarsi”, Aldo è chiamato a sopportare continui episodi febbrili con temperature elevate e dolori lancinanti. Scriverà un giorno: «Soffro, peno, ma so che il Signore è Dio, non desidero nulla, bramo solo piacere a Gesù, glorificarlo e vedere il suo regno in me, nelle anime che mi sono care e in tante, tutte le anime. Voglio compiere, vivere la Divina Volontà, rassomigliare il più possibile al mio Sposo Crocifisso». (L 600). Altro

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Le misteriose “corrispondenze” dei santi

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Da Oklahoma City una straordinaria conferma della statura spirituale di fra Immacolato Brienza

Di Giuseppe Biscotti – Vita Diocesana n. 16 2008

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I fatti: un certo padre Henry Bordeaux, carmelitano scalzo di Oklahoma City, afflitto da anni da una grave malattia, riceve a fine maggio 2008 una immaginetta che riporta una breve biografia di fra Immacolato. La figura del Confratello italiano gli ispira fiducia; in qualche modo lo incuriosisce e lo affascina. Decide di iniziare una novena in onore del Servo di Dio di Campobasso per ottenere la guarigione e chiede alla signora Janie Garza, una sua penitente afflitta da gravi malattie che la costringono spesso a letto per lunghi periodi, di fare la stessa cosa nella speranza di ottenere entrambi la guarigione per intercessione di fra Immacolato. All’altro capo del telefono la signora Janie osserva: «ho pregato e supplicato tanti santi per ottenere la guarigione, non mi sottrarrò alla richiesta di una nuova novena, anche se non so neanche chi sia questo fra Immacolato».

Trascorrono solo 4 ore dall’inizio della novena e la signora Janie che soffre tra l’altro di cirrosi epatica incomincia a sentire spegnersi il fastidioso prurito che aveva per tutto il corpo. Solo alle caviglie e ai piedi esso continua forte e persistente. La notte dell’ultimo giorno di novena – la signora Janie non sa dire se in sogno o in altro modo – vede San Pio da Pietrelcina che le dice: «Vai sulla tomba di fra Immacolato». Poi, vede una piccola chiesa affacciata su un profondo dirupo che mena diritto giù nella valle e di fronte ad essa una collinetta e un prato verde. E ancora P. Pio che le sussurra qualcosa che ella comprende essere un messaggio per il sacerdote di quella remota e sconosciuta chiesetta. In quella stessa notte, mentre l’alba sta per vincere le tenebre, ecco di nuovo P. Pio che le ripete: «Vai sulla tomba di fra Immacolato». Subito dopo, proprio nel prato verde visto qualche ora prima, vede un ponte d’oro. All’altro capo vi è fra Immacolato. Non dice nulla. Solo un gesto della mano la invita ad attraversare il ponte.

Il giorno stesso la signora Janie telefona al suo direttore spirituale per consigliarsi. Infatti continua a sentire nel suo spirito l’eco della voce della notte appena trascorsa. Padre Henry, che ben conosce la statura spirituale di quella donna semplice e senza nessuna istruzione che, oltre al peso della numerosa famiglia, sopporta con pazienza cristiana le inaudite sofferenze che la accompagnano da anni, ascolta attonito. Sa che Janie attualmente è impossibilita a muoversi per il riacutizzarsi dei suoi mali. Ma Janie non può stare immobile. Si fa trasportare in ospedale per chiedere al suo medico curante il “permesso” di recarsi in Italia. La risposta della medicina degli uomini è un misto di ironia e di stupore. Altro

Conoscerlo, capirlo, pregarlo

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In cammino verso la Pasqua con Fra Immacolato Brienza

Di Don Vittorio Perrella – Vita Diocesana n. 5-2008

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La chiesa (e il mondo) ha bisogno di Santi! E il Molise ha certamente il suo testimone santo in Fra Immacolato Brienza, campobassano. Una celebre frase di Sant’Agostino, ripresa nella Lumen Gentium (n° 8), dice: «La chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e la consolazione di Dio». (Civitas Dei, XVIII, 51,2). E tra le consolazioni cui faceva riferimento Sant’Agostino, vi sono nell’antichità come ai nostri giorni i testimoni: i martiri chiamati a donare la loro vita, ma anche i credenti che rendono ragione della loro fede e della loro speranza con una condotta di vita bella e buona.

Su questo tema e su questa realtà umana e cristiana il 4° convegno ecclesiale di Verona (16-20 ottobre 2006) ha inteso interpellare chiesa e mondo, perché tutti siano “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”. La chiesa per guardare al futuro deve camminare sulla scia del proprio maestro e delle numerose donne e uomini che gli hanno reso testimonianza in tempi lontani e vicini. Il novecento non è stato un secolo facile per i cristiani. Eppure la Chiesa ha saputo generare modelli di testimonianza evangelica che hanno aiutato cristiani e uomini di buona volontà a guardare all’unico Maestro, speranza del mondo. Nel mosaico dei molti testimoni che hanno reso ricca e bella la chiesa in Italia… il Molise offre la testimonianza di Aldo Brienza.

Diciamo subito che tocca a noi, campobassani e molisani, sentire “nostro” questo “santo”. Conoscerlo, capirlo, pregarlo, imitarlo e poi proporlo alla conoscenza, alla comprensione, all’amore, alla venerazione nelle famiglie, nelle comunità parrocchiali, negli ambienti dove più si soffre la malattia, la solitudine. Fra Immacolato, così, sarà per tutti un ottimo compagno di viaggio per accostarci al Maestro che troviamo sulle strade della nostra vita.  Altro

Fra Immacolato Brienza carmelitano scalzo

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Di G. Esposito. La Civiltà Cattolica n. 3774 del 15 settembre 2007

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Recensione del libro di Giuseppe Biscotti: Fra Immacolato Brienza carmelitano scalzo, Roma Morena, ODC, 2007

L’A., docente di Storia e Filosofia nei licei e licenziato in Teologia presso l’Università Lateranense di Roma, ha avuto modo di conoscere e frequentare tra Immacolato, al secolo Aldo Brienza (1922-89). Nato a Campobasso, dai quindici anni e fino alla morte rimane allettato per una grave malattia, fonte di notevoli e continue sofferenze.

Precocemente attratto dalla vita intima con Dio, si sente chiamato a vestire l’abito del Carmelo: realizza il suo desiderio, anche se deve restare in famiglia a causa della malattia. Facendo sua una sensibilità spirituale piuttosto diffusa in quegli anni, avverte come missione particolare affidatagli da Dio quella di aiutare i sacerdoti a santificarsi e i peccatori a convenirsi. A tal fine si offre come vittima al Signore.

Alle sofferenze derivanti dalla malattia, ne aggiunge di volontarie: fra l’altro usa il cilicio e la «disciplina» per la pratica della penitenza. Fa tutto con estrema umiltà senza alcuna ostentazione del suo particolare divenire spirituale e mistico. Altro

Fra’ Immacolato Brienza

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Pubblicato su “Aggancio” – Mensile di sussidi spirituali del Movimento Pro Sanctitate. Anno XXVIII – n. 4 – Aprile 2006

Santità e sofferenza

Nacque a Campobasso il 15 agosto del 1922 dai coniugi Emilio e Lorenzina Trevisani, terzo di sette figli. A 15 anni fu colpito da un improvviso ed acutissimo dolore ai piedi «come di un chiodo che li trafigge da parte a parte». L’infezione si estese presto ad entrambi gli arti, al bacino e alla colonna vertebrale. Senza poter muovere null’altro che la testa, un braccio ed un po’ soltanto il busto, accudito amorevolmente dalla famiglia, non abbandonò più il letto. Altre malattie infierirono su di lui, eppure, per cinquanta anni, non un lamento, non un attimo di sconforto, non un momento di commiserazione, nulla. Solo l’espressione testimoniava la sua sofferenza nei momenti più terribili.

Ma se sopraggiungeva l’amico o il visitatore sconosciuto egli ricomponeva il volto e il sorriso tornava ad illuminarne il viso. La sofferenza vissuta in unione a Gesù è il tratto distintivo della sua vita e della sua vocazione alla santità. Così scriveva al monastero delle Carmelitane Scalze di Firenze: «È dal 27 giugno 1938 che sono affetto da osteomielite deformante; posso dire che Gesù mi ha amato con predilezione fin dalla più tenera età. A tredici anni pensavo alla Certosa e, durante il primo anno di malattia, chiesi la guarigione, se conforme ai divini voleri, solo per scomparire nella bianca silente Certosa. Mi ammalai quando ancora non avevo quindici anni. Fin dal primo istante volli la volontà di Dio, non sapevo ciò che Gesù aveva in serbo per me, ignoravo completamente i divini disegni, però mai Gesù mi ha fatto ricalcitrare sotto l’amorosa mano che mi crocifiggeva». Altro

Fra’ Brienza: icona della sofferenza vissuta nella gioia del Risorto

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Di Giuseppe Biscotti

L’Osservatore Romano, 25 novembre 2005

S. Pio da Pietrelcina diceva: «A Campobasso avete un santo in carne ed ossa». Padre Carmelo, alquanto incuriosito, essendo anch’egli molisano, gli chiese: «Padre, chi è questo santo?» Ed egli: «è fra’ Immacolato e abita nella piazza della stazione».

La casa paterna di fra’ Immacolato guardava da vicino l’Istituto “L. Pilla” e la stazione ferroviaria del capoluogo. Nella sua stanza solo il letto, altare inseparabile dei suoi dolori la Vergine del Carmelo con il rosario tra le mani e tanta luce. La luce dei suoi occhi grandi e limpidi come acqua di sorgente; la luce del suo sorriso, immenso come l’immensità di Dio. Da quella stanza fra’ Immacolato ha vegliato sulla città e sulle debolezze umane per cinquant’anni.

Aldo Brienza nacque a Campobasso il 15 agosto del 1922. A 15 anni fu colpito da osteomielite acuta. Il male si manifestò improvviso con dolori acutissimi ai piedi «come di un chiodo che li trafigge da parte a parte». L’infezione si estese presto ad entrambi gli arti, al bacino e alla colonna vertebrale. Da quel momento, «senza poter muovere null’altro che la testa, un braccio ed un po’ soltanto il busto», accudito amorevolmente dalla famiglia, non abbandonò più il suo letto. Altre malattie infierirono senza sosta su quel povero corpo. Eppure, «per cinquant’anni non un lamento, non un attimo di sconforto, non un momento di commiserazione, nulla. Solo l’espressione testimoniava la sua sofferenza nei momenti più terribili». Ma se sopraggiungeva l’amico o il visitatore sconosciuto egli ricomponeva il volto e il sorriso tornava ad illuminarne il viso.

In una sua lettera leggiamo: «Benedico il Signore perché neppure chi mi è intimo s’accorge della profondità dei miei dolori, Gesù sa dissimularli». La sofferenza va vissuta in unione a Gesù è il tratto distintivo della sua vita e della sua vocazione alla santità. Alla Madre priora del Carmelo di Firenze scrive: «Mai Gesù mi ha fatto ricalcitrare sotto l’amorosa mano che mi crocifiggeva». Altro