Di Giuseppe Biscotti

L’Osservatore Romano, 25 novembre 2005

S. Pio da Pietrelcina diceva: «A Campobasso avete un santo in carne ed ossa». Padre Carmelo, alquanto incuriosito, essendo anch’egli molisano, gli chiese: «Padre, chi è questo santo?» Ed egli: «è fra’ Immacolato e abita nella piazza della stazione».

La casa paterna di fra’ Immacolato guardava da vicino l’Istituto “L. Pilla” e la stazione ferroviaria del capoluogo. Nella sua stanza solo il letto, altare inseparabile dei suoi dolori la Vergine del Carmelo con il rosario tra le mani e tanta luce. La luce dei suoi occhi grandi e limpidi come acqua di sorgente; la luce del suo sorriso, immenso come l’immensità di Dio. Da quella stanza fra’ Immacolato ha vegliato sulla città e sulle debolezze umane per cinquant’anni.

Aldo Brienza nacque a Campobasso il 15 agosto del 1922. A 15 anni fu colpito da osteomielite acuta. Il male si manifestò improvviso con dolori acutissimi ai piedi «come di un chiodo che li trafigge da parte a parte». L’infezione si estese presto ad entrambi gli arti, al bacino e alla colonna vertebrale. Da quel momento, «senza poter muovere null’altro che la testa, un braccio ed un po’ soltanto il busto», accudito amorevolmente dalla famiglia, non abbandonò più il suo letto. Altre malattie infierirono senza sosta su quel povero corpo. Eppure, «per cinquant’anni non un lamento, non un attimo di sconforto, non un momento di commiserazione, nulla. Solo l’espressione testimoniava la sua sofferenza nei momenti più terribili». Ma se sopraggiungeva l’amico o il visitatore sconosciuto egli ricomponeva il volto e il sorriso tornava ad illuminarne il viso.

In una sua lettera leggiamo: «Benedico il Signore perché neppure chi mi è intimo s’accorge della profondità dei miei dolori, Gesù sa dissimularli». La sofferenza va vissuta in unione a Gesù è il tratto distintivo della sua vita e della sua vocazione alla santità. Alla Madre priora del Carmelo di Firenze scrive: «Mai Gesù mi ha fatto ricalcitrare sotto l’amorosa mano che mi crocifiggeva».

L’itinerario mistico di fra’ Immacolato già nel lontano 1938 venne segnato dalla croce del suo Gesù; la croce che porterà al Golgota infinite volte al posto degli altri. Anima profondamente sacerdotale, nutrì ardente passione per l’Eucaristia e amore sconfinato per i Sacerdoti. Per la loro santificazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza, con il beneplacito del suo confessore, si offrì vittima alla giustizia divina. E volle che l’impegno assunto fosse ratificato nella forma solenne del voto religioso.

La Vergine Santa, mai assente dai suoi pensieri, è stata la sua forza nei momenti più difficili. L’amore per la Madonna si palesava in ogni sua parola; il solo nome di Maria era sufficiente a far brillare i suoi occhi e ad accendere il suo sorriso, contagioso come la Grazia. La Madre del Signore, che egli chiamava affettuosamente la “Mamma del cielo”, lo volle religioso nell’Ordine dei Carmelitani teresiani. Per lui volle, in modo del tutto singolare, che il nome di religione fosse “Fra’ Immacolato”.

La Santa Sede, in data 2 marzo 1948, gli concedeva di emettere i voti solenni nell’Ordine della Regina del Carmelo, pur continuando a vivere in famiglia. La sua stanza e il suo letto di sofferenza divennero da allora in poi il suo Carmelo, i testimoni di una esperienza mistica straordinaria.

Fra’ Immacolato, l’11 maggio 1948, giorno della sua professione religiosa, dando prova di aver fatto sua l’alta spiritualità carmelitana, alla presenza del Provinciale dei carmelitani della provincia partenopea, così ringraziava: «Mi immolasti alla causa della santificazione del sacerdozio, crocifiggendomi e inchiodandomi in un letto… I santi del Carmelo mi diano lo spirito della presenza di Dio, lo zelo delle anime, l’umiltà più profonda, la semplicità dell’infanzia».

Parole semplici che indicano in modo inequivocabile l’itinerario mistico cui Dio l’aveva chiamato e al quale egli si atterrà con eroica costanza. Fu religioso umile, pio, zelante, generoso e semplice come fanciullo. Si lasciò guidare dalla Provvidenza sulle orme dei mistici del Carmelo, fin nell’intimità di Dio. E il Signore, apprendiamo dalle lettere ai direttori spirituali, fu prodigo con lui di doni straordinari.

Dal suo letto, altare sul quale celebrava il sacrificio della vita, proclamava il primato della preghiera ed esercitava feconda opera di apostolato. La sua stanza era meta quotidiana di rifugio e di conforto spirituale. Colpivano la luce dei suoi occhi e la sua serenità. Colpiva la sicurezza con la quale dava consigli con la quale esprimeva i giudizi relativi alla vita morale e spirituale. Colpiva il profluvio di odori dai quali si era investiti, spesso ancor prima di entrare nella sua stanza e che disponeva alla pace interiore.

Accudito amorevolmente dai “barellieri” della costituenda sezione molisana dell’Unitalsi nel 1947, visitò il santuario di Loreto. Fu questa una delle pochissime uscite della sua vita, fatta in spirito di ubbidienza e di sacrificio: allora da Campobasso a Loreto occorrevano ben undici ore di viaggio; possiamo immaginare i disagi che gli ammalati gravi dovevano affrontare.

Il 14 aprile 1989, giorno successivo al suo «beato transito – ricorda padre Luigi Iammarrone, docente emerito del Seraphicun di Roma -, uscì di casa per raggiungere la Cattedrale di Campobasso. A seguirlo tanta folla, un silenzio attonito e profondo, un calpestio meditabondo e su, tra i folti rami dei lecci di Corso Bucci, un tripudio di cardellini, segno in terra della festa che gli angeli facevano in cielo».

Il significato della sua vita è condensato in un motto che spesso ripeteva: «lavorare è bene, pregare è ancora meglio, ma soffrire in unione a Gesù è tutto». Nel giudizio superficiale di una società sempre più distratta Fra’ Immacolato, con la sua inabilità assoluta e la sua ininterrotta sofferenza, è l’antieroe. Nella luce dì Dio egli è invece il cireneo della debolezza umana, l’icona vivente della sofferenza vissuta nella gioia del Signore risorto, l’eroe silenzioso e discreto delle virtù cristiane.

Nel giudizio di chi lo ha conosciuto egli era un’anima eletta, che fece della sofferenza il mezzo di elevazione del suo spirito; un anima generosa che, a dispetto della totale inabilità fisica, seppe dare un senso alla sua vita, trasformando la sua debolezza in forza Dio. Era, nel giudizio umano, un modello da additare ai tanti che, colpiti dalla sofferenza, non sanno trovare un significato alla loro esistenza. Era, in definitiva, una icona della sofferenza vissuta cristianamente.

Dio ha voluto che del suo straordinario mondo interiore restasse traccia nelle sue lettere inviate ai confratelli, alle consorelle e soprattutto ai suoi direttori spirituali. L’epistolario di fra’ Immacolato, che lentamente si va ricomponendo nella forma originaria, ci svela il mondo interiore di un’anima privilegiata; di un’anima consapevole che «la sofferenza era il bacio del Signore alla sua anima» e la sublime missione cui Dio lo aveva chiamato ancora adolescente, quale Cireneo nel silenzio, della debolezza e dei peccati di uno dei periodi più travagliati della storia dell’umanità.

Ma l’epistolario è anche il mezzo più diretto ed esplicito per conoscere l’itinerario ascetico e mistico, percorso nella più assoluta fedeltà alla volontà del Signore, agli insegnamenti della Chiesa e alla regola del suo Ordine. «Ho compreso, scrive al padre spirituale, che per realizzare appieno la mia vocazione carmelitana… devo tendere risolutamente alla nudità di spirito… al santo oblio di tutto il creato». L’itinerario del nulla totale, che egli interpreta come totale disponibilità a lasciarsi invadere dall’azione divina, interseca, sin dall’inizio del suo cammino spirituale, la scelta che egli fece della assoluta abnegazione e della incondizionata accettazione della via della croce.

Fra’ Immacolato, figlio generoso del Carmelo, rimasto accanto al Signore con eroica costanza, fino alla fine, lungo la via della croce e sulla croce, ha lasciato di sé una traccia profonda. L’incondizionata accettazione della volontà del Signore gli ha permesso di accumulare un tesoro grande per tutti noi. Occorre rendergli testimonianza. È un dovere. Non i santi hanno bisogno del nostro ricordo, ma noi. Noi abbiamo bisogno di sorgenti di acqua pura per dissetare la nostra sete.

Il 1° ottobre 2004 Mons. Armando Dini, Arcivescovo di Campobasso-Bojano, dava avvio alla fase informativa del processo canonico di beatificazione di fra’ Immacolato. Il 13 aprile del 2005, con una solenne concelebrazione nella Cattedrale di Campobasso, l’Arcivescovo istituiva il Tribunale diocesano per avviare il processo sulla vita, virtù e fama di santità del servo di Dio Fra’ Immacolato Brienza.

Articolo ripreso da “Diaconia Christi” – Organo della Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma. N. 46 marzo 2006.

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